1.2 Fantasie Mitiche e loro origine
Dopo la scoperta delle fantasie mitiche, J si interrogò sulla loro origine.
Il fatto che questi "simboli e motivi tipici" (2) si erano manifestati in continenti e razze diversi, per
generazioni e generazioni, e nell'arco di millenni, portò J a supporre una loro origine cerebrale su
base ereditaria:
"da dove provengono dunque queste fantasie mitologiche se non scaturiscono dall'inconscio
personale, ossia dall' esperienza della vita individuale?
Senza dubbio esse provengono dal cervello: più precisamente non da tracce mnestiche personali, ma
dalla struttura ereditaria del cervello". ( 1)
Così J. riconobbe nella struttura cerebrale non solo funzioni di carattere ncurologico e psicologico, ma
una capacità di generare fantasie del tutto peculiari.
Mentre la psicoanalisi sosteneva che le fantasie fossero una manifestazione psicologica dell'inconscio
personale del paziente e si originavano dalla sua esperienza individuale, contingente e soggettiva. J.
scoperse un altro tipo di fantasie; esse costituivano l' espressione psicologica di strutture cerebrali
trasmesse ereditariamente e le chiamò fantasie archetipiche o nlitiche.
Le fantasie archetipiche non trovano la loro radice nel contingente storico del soggetto in cui si
esprimono, ma scaturiscono da una dimensione sovrastorica. che allude a quell. illud tempus, inteso
come quel linlite che la storia incvitabilmente presuppone e che Eliade ha chiamato con una felice
espressione il "tempo delle origini".
J. si preoccupò di dare a questa struttura ereditaria cerebrale un "corrispondentè' psichico e la chiamò
“inconscio collettivo o sovrapersonalè”.
2.1 Importanza delleFantasie Mitiche
J. conosceva il contributo della psicoanalisi freudiana a proposito delle fantasie dell'inconscio
personale e dei sogni a occhi aperti.
Freud aveva studiato le fantasie nell' isteria. nell' adolescenza e, attraverso la sua autoanalisi,
nell'infanzia; aveva scoperto le fantasie incestuose (riguardanti sentimenti di odio verso il padre e di
desiderio sessuale verso la madre).
Si era anche occupato delle fantasie dei poeti e degli artisti.
Giunse alla conclusione che i desideri inappagati presiedevano alla formazione di fantasie sia nci sani
che nei malati: "sono desideri insoddisfatti le forze motrici delle fantasie. e ogni singola fantasia è un
appagamento di desiderio, una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti... sono desidel-i
ambiziosi. che servono ad elevare la personalità, o sono desideri emtici". (4)
Ma quale era il senso delle fantasie archetipiche dell'inconscio collettivo?
Innanzitutto J. precisò che non erano le rappresentazioni (o immagini) delle fantasie archetipiche a
essere trasmesse creditariamente.
Pensare, ad cs. che lo spermatozoo o l'ovulo potessero conservare e veicolare l'immagine del drago o
dell'ippocampo era privo di fondamento.
Egli riteneva che a trasmettersi ereditariamente erano delle possibilità di rappresentazione ricorrenti in
ciascun essere umano: "non si deve pensare che le fantasie mitologiche siano rappresentazioni
ereditarie. Non si tratta di questo. ma di possibilità rappresentative innate. condizioni a priori
dell'immaginazione fantastica, paragonabili, ad es, alle categorie kantiane. Tali condizioni innatc non
favoriscono i contenuti, ma modellano i contenuti. ". (2)
Ciò spiegava la somiglianza dei simboli e dei nwtivi mitici presenti in ogni parte del mondo". (2)
J. aveva un'ottica privilegiata: quella dello psichiatra e psicologo analista e quella di studioso dei miti e
delle religioni.
Egli si convinse che i motivi, le vicende e i personaggi dei miti erano alimentati dalle fantasie
archetipiche.
Così i miti gli si rivelarono una strumento prezioso di conoscenza e indagine dell'inconscio collettivo
Dopo anni di pazienti ricerche e accurate riflessioni. J. si convinse del fatto che l'inconscio collcttivo
poteva potenzialmente esprimere. attraverso le fantasie archetipiche. l'infinita gamma delle diverse
possibilità insite nella natura umana; così come mostrano, del resto, i miti tramandati attraverso i
millenni: “ possiamo vedere praticamente ogni giorno, nei nostri pazienti, quante fantasie mitiche
sorgono; sono fantasie non inventate, ma che si presentano in forma di immagini o di serie di
rappresentazioni che si affollano provenendo dall'inconscio, e quando vengono raccontate hanno non
di rado il carattere di episodi collegati, con valore di rappresentazioni mitiche.
E' così che sorgono i miti, ed è per questo che anche le fantasie che nascono dall'inconscio
dimostrano un' affinità così stretta con i miti primitivi". (5)
E ancora: l'inconscio collettivo .-conosce l'uomo come è sempre stato. non come è in questo
momento: lo conosce come mito". .1)
Fu così possibile per J. intuire qualcosa del senso delle fantasie archetipiche; quando l' uomo è
immerso nella sua dimensione storica. contingente e soggettiva. e non riesce a trovare una via di
uscita dalle difficoltà e dai problemi che lo attanagliano, può giungere l'aiuto salvifico dell'inconscio
collettivo che, attraverso le fantasie archetipiche, trae dalla matrice dell'infinita gamma di possibilità e
di immagini che racchiude, quel simbolo, quella soluzione inattesa e imprevedibile tanto preziosa e
desiderata.
E sempre per questa potenziale ricchezza di immagini J attribuì all'inconscio collettivo la fonte
ispiratrice della creazione intellettuale, artistica e spirituale dell' uomo creativo:
“ questo inconscio (collettivo)... vive nell'uomo creativo, si manifesta nella visione dell'artista.
nell'ispirazione del pensatore, nell'esperienza interiore del mistico" (1)
“Questo inconscio, che giace sepolto nella struttura del cervello... rivela la sua presenza vivente solo
nella fantasia creativa". ( 1 )
Nei suoi scritti J., in verità, si spinse anche oltre la dimensione dello studioso attento e rigoroso e
arrivò addirittura a considerare l' inconscio collettivo come:
“Uno spirito universale, onnipresente e onnisciente” ( 1), e aggiunse: “la storia che questa struttura ci
racconta è la storia dell'umanità, ossia il mito incessante di morte e rinascita e le molteplici figure che
popolano questo mistero". ( 1)
Ma parlare dell'inconscio collettivo al pari di uno “spirito universale, onnipresente e onniscientè”
significa considerarlo quasi come una divinità.
Affermazione affascinante e meritevole del massimo rispetto, ma scrivibile solo alle opinioni
personali di J., dato che alla scienza medica e psicologica non è possibile affermare ne escludere la
natura metafisica delle manifestazioni psichiche, come lo stesso J. sapeva benissimo e sosteneva.